2-M | 5º aniversario de la movilización en Madrid por los presos políticos saharauis: cinco años sin respuestas

El próximo lunes 2 de marzo se cumplen cinco años de concentraciones semanales ante el Ministerio de Asuntos Exteriores, en la Plaza de la Provincia (Madrid), para denunciar la situación de los presos políticos saharauis encarcelados en Marruecos y exigir al Gobierno español que asuma su responsabilidad política y jurídica ante esta vulneración continuada de derechos fundamentales.

https://noteolvidesdelsaharaoccidental.org/2-m-5o-aniversario-de-la-movilizacion-en-madrid-por-los-presos-politicos-saharauis-cinco-anos-sin-respuestas/ 

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samedi 13 décembre 2025

Västsahara: hur Washington och Abu Dhabi finansierar ekonomin i en illegal ockupation

Solidarité Maroc, 13.12.2025

Förenade Arabemiraten (FAE) förbereder sig på att inleda en omfattande ekonomisk offensiv i Västsahara, ett territorium som av Förenta nationerna klassas som ett icke-självstyrande område och som till stor del har varit ockuperat av Marocko sedan 1975. Genom att luta sig mot USA, via offentliga finansieringsmekanismer och privata företag, bidrar Abu Dhabi till att institutionalisera ett illegalt ekonomiskt utnyttjande, i direkt strid med internationell rätt.

I centrum för denna strategi finns en allians som för närvarande håller på att struktureras mellan emiratisk statliga investeringsfonder, US-amerikanska företag och US International Development Finance Corporation (DFC), en US-amerikansk offentlig utvecklingsfinansieringsmyndighet som grundades 2019. DFC verkar vanligtvis i sammanhang som av den privata sektorn bedöms som alltför riskfyllda. Dess engagemang i Västsahara syftar just till att neutralisera den juridiska risk som är kopplad till ockupationen av territoriet.

En ekonomi byggd i strid med internationell rätt

Västsahara erkänns av Förenta nationerna (FN) som ett territorium vars avkoloniseringsprocess aldrig har fullbordats. I avsaknad av en folkomröstning om självbestämmande har Marocko ingen internationellt erkänd suveränitet över området.

Internationella domstolen (ICJ) fastslog redan 1975 att det inte finns några suveränitetsband mellan territoriet och Marocko. Sedan dess har FN:s och Europeiska unionens rättspraxis varit entydig: varje exploatering av naturresurser i ett icke-självstyrande territorium är illegal utan det berörda folkets fria och uttryckliga samtycke – i detta fall det sahrawiska folket.

De projekt som för närvarande förhandlas:

  • genomförs utan någon konsultation av det sahrawiska folket,
  • utesluter helt Polisariofronten, som av FN erkänns som det sahrawiska folkets legitima företrädare,
  • bygger uteslutande på marockanska institutioner som har påtvingats det ockuperade territoriet.

Sahara Occidentale: come Washington e Abu Dhabi finanziano l’economia di un’occupazione illegale

 Solidarité Maroc, 13/12/2025

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) si apprestano a lanciare un’offensiva economica di ampia portata nel Sahara Occidentale, territorio classificato dalle Nazioni Unite come territorio non autonomo e occupato in gran parte dal Marocco dal 1975. Appoggiandosi agli USA, attraverso meccanismi finanziari pubblici e imprese private, Abu Dhabi contribuisce a istituzionalizzare uno sfruttamento economico illegale, in diretta violazione del diritto internazionale.

Al centro di questa strategia vi è un’alleanza attualmente in fase di strutturazione tra fondi sovrani emiratini, imprese statunitensi e la US International Development Finance Corporation (DFC), agenzia pubblica statunitense di finanziamento dello sviluppo creata nel 2019. La DFC interviene abitualmente in contesti considerati troppo rischiosi dal settore privato. Il suo coinvolgimento nel Sahara Occidentale mira precisamente a neutralizzare il rischio giuridico legato all’occupazione del territorio.

Un’economia costruita contro il diritto internazionale

Il Sahara Occidentale è riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) come un territorio il cui processo di decolonizzazione non è mai stato portato a termine. In assenza di un referendum di autodeterminazione, il Marocco non dispone di alcuna sovranità riconosciuta sul territorio.

La Corte internazionale di giustizia (CIG) ha stabilito già nel 1975 l’assenza di qualsiasi legame di sovranità tra il territorio e il Marocco. Da allora, la giurisprudenza delle Nazioni Unite e dell’Unione europea è costante: qualsiasi sfruttamento delle risorse naturali in un territorio non autonomo è illegale senza il consenso libero ed esplicito del popolo interessato, in questo caso il popolo saharawi.

Eppure, i progetti attualmente negoziati:

  • si svolgono senza alcuna consultazione del popolo saharawi,
  • escludono totalmente il Fronte Polisario, riconosciuto dall’ONU come legittimo rappresentante del popolo saharawi,
  • si basano esclusivamente su istituzioni marocchine imposte nel territorio occupato.

Emirati Arabi Uniti: investitori e attori politici

I principali attori emiratini coinvolti sono due grandi fondi sovrani:

  • ADQ (Abu Dhabi Developmental Holding Company): holding pubblica che controlla asset strategici degli Emirati;
  • ADIA (Abu Dhabi Investment Authority): uno dei più grandi fondi sovrani al mondo, presieduto da Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, fratello del presidente emiratino Mohamed bin Zayed Al Nahyan (MbZ).

Entrambi sono già fortemente presenti in Marocco e cercano di ampliare i propri investimenti, in particolare nel settore delle energie rinnovabili, presentate come “sostenibili” e politicamente accettabili.

Le energie rinnovabili come paravento giuridico

Le discussioni riguardano principalmente la creazione di parchi eolici nel Sahara Occidentale, sotto la guida di grandi imprese emiratine del settore:

  • Masdar, impresa pubblica emiratina specializzata nelle energie rinnovabili;
  • Amea Power, gruppo privato attivo nell’eolico e nel solare;
  • Taqa (Abu Dhabi National Energy Company), gigante pubblico dell’energia, recentemente associato al gruppo marocchino Nareva, a sua volta controllato dalla holding reale marocchina Al Mada.

La scelta delle energie rinnovabili non è neutra. Essa consente di occultare uno sfruttamento illegale dietro un discorso ambientale, mentre il diritto internazionale non opera alcuna distinzione tra risorse fossili e rinnovabili: ogni sfruttamento senza consenso è illecito.

Le istituzioni locali: una facciata di legittimità

I negoziati sono condotti con il Centro regionale di investimento (CRI) di Dakhla-Oued Edahab, una struttura amministrativa marocchina incaricata di promuovere gli investimenti nella regione. Il suo direttore, Ahmed Kathir, agisce come relais locale di una politica decisa a Rabat.

Queste istituzioni non dispongono di alcuna legittimità internazionale. Servono a costruire un’apparenza di governance locale, destinata ad aggirare l’esigenza fondamentale di consultare il popolo saharawi.

Il ruolo centrale degli USA

Gli USA svolgono un ruolo determinante in questa dinamica. La DFC ha annunciato uno stanziamento che può raggiungere i 5 miliardi di dollari per sostenere l’insediamento di imprese statunitensi a Dakhla.

Parallelamente, Washington prepara l’apertura di un consolato a Dakhla, dopo l’invio di una delegazione diplomatica sul posto. Questa decisione prolunga il riconoscimento unilaterale, nel 2020, della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale da parte dell’amministrazione Trump — un riconoscimento privo di valore giuridico internazionale, ma con effetti politici considerevoli.

Una strategia del fatto compiuto

Attraverso questa convergenza tra Rabat, Abu Dhabi e Washington, si sta configurando un’economia del fatto compiuto, il cui obiettivo è chiaro: rendere irreversibile l’occupazione del Sahara Occidentale mediante investimenti, infrastrutture e integrazione economica.

Questa strategia mira a:

  • svuotare di contenuto il processo delle Nazioni Unite,
  • marginalizzare il diritto internazionale,
  • trasformare un’occupazione militare in una realtà economica normalizzata.

Una responsabilità giuridica e politica condivisa

Impegnandosi in questi progetti, gli Emirati Arabi Uniti e gli USA si espongono a una responsabilità giuridica indiretta, partecipando allo sfruttamento di un territorio occupato. Anche le imprese coinvolte potrebbero affrontare futuri contenziosi, come è già accaduto a diversi gruppi europei davanti alle giurisdizioni dell’Unione europea.

Lungi dall’essere un semplice dossier economico, il Sahara Occidentale rimane uno degli ultimi casi di decolonizzazione incompiuta, in cui l’investimento internazionale serve ormai ad aggirare, piuttosto che a far rispettare, il diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Westsahara: Wie Washington und Abu Dhabi die Wirtschaft einer illegalen Besatzung finanzieren

 Solidarité Maroc, 13/12/2025

Die Vereinigten Arabischen Emirate (VAE) bereiten eine groß angelegte wirtschaftliche Offensive in der Westsahara vor, einem von den Vereinten Nationen als nicht selbstverwaltetes Gebiet eingestuften Territorium, das seit 1975 größtenteils von Marokko besetzt ist. Durch ihre Anlehnung an die USA – über öffentliche Finanzierungsmechanismen und private Unternehmen – tragen Abu Dhabi und seine Partner zur Institutionalisierung einer illegalen wirtschaftlichen Ausbeutung bei, in direktem Verstoß gegen das Völkerrecht.

Im Zentrum dieser Strategie steht eine sich derzeit formierende Allianz zwischen emiratischen Staatsfonds, US-amerikanischen Unternehmen und der US International Development Finance Corporation (DFC), einer 2019 gegründeten staatlichen US-Entwicklungsfinanzierungsagentur. Die DFC ist üblicherweise in Kontexten tätig, die vom privaten Sektor als zu risikoreich eingeschätzt werden. Ihre Beteiligung in der Westsahara zielt ausdrücklich darauf ab, das mit der Besatzung des Gebiets verbundene rechtliche Risiko zu neutralisieren.

Eine Wirtschaft gegen das Völkerrecht

Die Westsahara wird von den Vereinten Nationen (UN) als ein Gebiet anerkannt, dessen Entkolonialisierungsprozess nie abgeschlossen wurde. In Ermangelung eines Referendums zur Selbstbestimmung verfügt Marokko über keinerlei international anerkannte Souveränität über das Territorium.

Der Internationale Gerichtshof (IGH) stellte bereits 1975 fest, dass keine Souveränitätsbeziehungen zwischen der Westsahara und Marokko bestehen. Seither ist die Rechtsprechung der UN und der Europäischen Union eindeutig: Jede Ausbeutung natürlicher Ressourcen in einem nicht selbstverwalteten Gebiet ist ohne die freie und ausdrückliche Zustimmung des betroffenen Volkes illegal – in diesem Fall des sahrauischen Volkes.

Die derzeit verhandelten Projekte jedoch:

  • erfolgen ohne jegliche Konsultation des sahrauischen Volkes,
  • schließen die Frente Polisario, von der UN als legitime Vertretung des sahrauischen Volkes anerkannt, vollständig aus,
  • stützen sich ausschließlich auf marokkanische Institutionen, die im besetzten Gebiet eingesetzt wurden.

Vereinigte Arabische Emirate: Investoren und politische Akteure

Die wichtigsten emiratischen Akteure sind zwei große Staatsfonds:

  • ADQ (Abu Dhabi Developmental Holding Company), eine staatliche Holding, die strategische Vermögenswerte der Emirate kontrolliert;
  • Abu Dhabi Investment Authority (ADIA), einer der größten Staatsfonds der Welt, unter dem Vorsitz von Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, dem Bruder des emiratischen Präsidenten Mohamed bin Zayed Al Nahyan (MbZ).

Beide sind bereits stark in Marokko engagiert und bemühen sich um eine Ausweitung ihrer Investitionen, insbesondere im Bereich der erneuerbaren Energien, die als „nachhaltig“ und politisch akzeptabel präsentiert werden.

Erneuerbare Energien als juristisches Feigenblatt

Die Gespräche konzentrieren sich vor allem auf den Bau von Windparks in der Westsahara, unter Führung großer emiratischer Unternehmen des Sektors:

  • Masdar, ein staatliches Unternehmen für erneuerbare Energien;
  • Amea Power, ein privates Unternehmen im Wind- und Solarsektor;
  • Taqa (Abu Dhabi National Energy Company), ein staatlicher Energiekonzern, der kürzlich eine Partnerschaft mit der marokkanischen Gruppe Nareva eingegangen ist, die wiederum vom königlichen Holding Al Mada kontrolliert wird.

Die Wahl erneuerbarer Energien ist nicht neutral. Sie ermöglicht es, eine illegale Ausbeutung hinter einem ökologischen Diskurs zu verbergen, obwohl das Völkerrecht keinen Unterschied zwischen fossilen und erneuerbaren Ressourcen macht: Jede Ausbeutung ohne Zustimmung ist rechtswidrig.

Lokale Institutionen: eine Fassade der Legitimität

Die Verhandlungen werden mit dem Regionalen Investitionszentrum (CRI) von Dakhla-Oued Edahab geführt, einer marokkanischen Verwaltungsstruktur zur Förderung von Investitionen in der Region. Dessen Direktor, Ahmed Kathir, fungiert als lokaler Vermittler einer in Rabat beschlossenen Politik.

Diese Institutionen verfügen über keinerlei internationale Legitimität. Sie dienen dazu, den Anschein lokaler Regierungsführung zu erzeugen, um die grundlegende Pflicht zur Konsultation des sahrauischen Volkes zu umgehen.

Die zentrale Rolle der USA

Die USA spielen in dieser Dynamik eine entscheidende Rolle. Die DFC kündigte ein Finanzierungsvolumen von bis zu fünf Milliarden US-Dollar zur Unterstützung der Ansiedlung US-amerikanischer Unternehmen in Dakhla an.

Parallel dazu bereitet Washington die Eröffnung eines Konsulats in Dakhla vor, nachdem eine diplomatische Delegation in die Stadt entsandt wurde. Dieser Schritt verlängert die einseitige Anerkennung der marokkanischen Souveränität über die Westsahara im Jahr 2020 durch die Trump-Regierung – eine Anerkennung ohne völkerrechtliche Gültigkeit, jedoch mit erheblichen politischen Auswirkungen.

Eine Strategie der vollendeten Tatsachen

Durch das Zusammenwirken von Rabat, Abu Dhabi und Washington entsteht eine Wirtschaft der vollendeten Tatsachen, deren Ziel klar ist: die marokkanische Besatzung der Westsahara durch Investitionen, Infrastruktur und wirtschaftliche Integration unumkehrbar zu machen.

Diese Strategie zielt darauf ab, den UN-Prozess auszuhöhlen, das Völkerrecht zu marginalisieren und eine militärische Besatzung in eine normalisierte wirtschaftliche Realität zu verwandeln.

Geteilte rechtliche und politische Verantwortung

Durch ihr Engagement in diesen Projekten setzen sich die Vereinigten Arabischen Emirate und die USA einer indirekten rechtlichen Verantwortung aus, da sie an der Ausbeutung eines besetzten Gebiets beteiligt sind. Auch die beteiligten Unternehmen könnten künftig mit Rechtsstreitigkeiten konfrontiert werden, wie es bereits mehreren europäischen Konzernen vor den Gerichten der Europäischen Union ergangen ist.

Weit davon entfernt, ein rein wirtschaftliches Dossier zu sein, bleibt die Westsahara einer der letzten Fälle unvollendeter Entkolonialisierung, in dem internationale Investitionen zunehmend dazu dienen, das Recht der Völker auf Selbstbestimmung zu umgehen, statt es durchzusetzen.

Western Sahara: how Washington and Abu Dhabi finance the economy of an illegal occupation

 Solidarité Maroc, 13/12/2025

The United Arab Emirates (UAE) are preparing to launch a large-scale economic offensive in Western Sahara, a territory classified by the United Nations as a non-self-governing territory and largely occupied by Morocco since 1975. By aligning themselves with the USA, through public financial mechanisms and private companies, Abu Dhabi is contributing to the institutionalisation of illegal economic exploitation, in direct violation of international law.


At the heart of this strategy lies an alliance currently being structured between Emirati sovereign wealth funds, US companies and the US International Development Finance Corporation (DFC), a US public development finance agency created in 2019. The DFC usually operates in environments considered too risky for the private sector. Its involvement in Western Sahara is specifically aimed at neutralising the legal risk linked to the occupation of the territory.

An economy built against international law

Western Sahara is recognised by the United Nations (UN) as a territory whose decolonisation process has never been completed. In the absence of a self-determination referendum, Morocco has no internationally recognised sovereignty over the territory.

As early as 1975, the International Court of Justice (ICJ) established that no ties of territorial sovereignty exist between Western Sahara and Morocco. Since then, UN and European jurisprudence has been consistent: any exploitation of natural resources in a non-self-governing territory is illegal without the free and explicit consent of the people concerned — in this case, the Sahrawi people.

Yet the projects currently under negotiation:

  • are carried out without any consultation of the Sahrawi people,
  • completely exclude the Polisario Front, recognised by the UN as the legitimate representative of the Sahrawi people,
  • rely exclusively on Moroccan institutions imposed in the occupied territory.

United Arab Emirates: investors and political actors

The main Emirati actors involved are two major sovereign wealth funds:

  • ADQ (Abu Dhabi Developmental Holding Company): a public holding company controlling strategic assets of the Emirates.
  • ADIA (Abu Dhabi Investment Authority): one of the world’s largest sovereign wealth funds, chaired by Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, brother of Emirati President Mohamed bin Zayed Al Nahyan (MbZ).

Both are already deeply embedded in Morocco and are seeking to expand their investments, particularly in renewable energy, presented as “sustainable” and politically acceptable.

Renewable energy as a legal smokescreen

Discussions focus primarily on the development of wind farms in Western Sahara, led by major Emirati companies in the sector:

  • Masdar, a public Emirati renewable energy company;
  • Amea Power, a private company active in wind and solar energy;
  • Taqa (Abu Dhabi National Energy Company), a public energy giant recently partnered with the Moroccan group Nareva, itself controlled by the Moroccan royal holding Al Mada.

The choice of renewable energy is not neutral. It allows illegal exploitation to be concealed behind environmental rhetoric, even though international law makes no distinction between fossil and renewable resources: any exploitation without consent is unlawful.

Local institutions: a façade of legitimacy

Negotiations are conducted with the Regional Investment Centre (CRI) of Dakhla-Oued Edahab, a Moroccan administrative body tasked with promoting investment in the region. Its director, Ahmed Kathir, acts as a local relay for policies decided in Rabat.

These institutions have no international legitimacy. They serve to manufacture an appearance of local governance, designed to circumvent the fundamental requirement of consulting the Sahrawi people.

The central role of the USA

The USA play a decisive role in this dynamic. The DFC has announced funding of up to USD 5 billion to support the establishment of US companies in Dakhla.

At the same time, Washington is preparing to open a consulate in Dakhla, following the visit of a diplomatic delegation. This move extends the unilateral recognition, in 2020, of Moroccan sovereignty over Western Sahara by the Trump administration — a recognition with no international legal value, but with significant political consequences.

A strategy of faits accomplis

Through this convergence between Rabat, Abu Dhabi and Washington, an economy of faits accomplis is taking shape. Its objective is clear: to make Morocco’s occupation of Western Sahara irreversible through investment, infrastructure and economic integration.

This strategy aims to hollow out the UN process, marginalise international law, and transform a military occupation into a normalised economic reality.

Shared legal and political responsibility

By engaging in these projects, the United Arab Emirates and the USA expose themselves to indirect legal responsibility by participating in the exploitation of an occupied territory. The companies involved may also face future litigation, as several European groups already have before EU courts.

Far from being a purely economic issue, Western Sahara remains one of the last cases of unfinished decolonisation, where international investment is now being used to circumvent — rather than uphold — the right of peoples to self-determination.

Sáhara Occidental: cómo Washington y Abu Dabi financian la economía de una ocupación ilegal

 Solidarité Maroc, 13-12-2025

Los Emiratos Árabes Unidos (EAU) se disponen a lanzar una ofensiva económica de gran envergadura en el Sáhara Occidental, territorio clasificado por las Naciones Unidas como territorio no autónomo y ocupado en gran parte por Marruecos desde 1975. Al apoyarse en los USA, a través de mecanismos financieros públicos y empresas privadas, Abu Dabi contribuye a institucionalizar una explotación económica ilegal, en violación directa del derecho internacional.


En el centro de esta estrategia se encuentra una alianza en proceso de estructuración entre fondos soberanos emiratíes, empresas usamericanas y la US International Development Finance Corporation (DFC), agencia pública usamericana de financiación del desarrollo creada en 2019. La DFC suele intervenir en contextos considerados demasiado arriesgados por el sector privado. Su implicación en el Sáhara Occidental busca precisamente neutralizar el riesgo jurídico ligado a la ocupación del territorio.

Una economía construida contra el derecho internacional

El Sáhara Occidental es reconocido por la Organización de las Naciones Unidas (ONU) como un territorio cuyo proceso de descolonización nunca se ha completado. En ausencia de un referéndum de autodeterminación, Marruecos no dispone de ninguna soberanía reconocida sobre el territorio.

La Corte Internacional de Justicia (CIJ) estableció ya en 1975 la inexistencia de vínculos de soberanía entre el territorio y Marruecos. Desde entonces, la jurisprudencia de la ONU y de la Unión Europea es constante: toda explotación de recursos naturales en un territorio no autónomo es ilegal sin el consentimiento libre y explícito del pueblo concernido, en este caso el pueblo saharaui.

Sin embargo, los proyectos actualmente negociados:

  • se llevan a cabo sin consultar al pueblo saharaui,
  • excluyen totalmente al Frente Polisario, reconocido por la ONU como representante legítimo del pueblo saharaui,
  • se basan exclusivamente en instituciones marroquíes impuestas en el territorio ocupado.

Emiratos Árabes Unidos: inversores y actores políticos

Los principales actores emiratíes previstos son dos grandes fondos soberanos: ADQ (Abu Dhabi Developmental Holding Company), holding público que controla activos estratégicos de los Emiratos, y ADIA (Abu Dhabi Investment Authority), uno de los mayores fondos soberanos del mundo, presidido por Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, hermano del presidente emiratí Mohamed bin Zayed Al Nahyan (MbZ).

Ambos están ya fuertemente implantados en Marruecos y buscan ampliar sus inversiones, en particular en energías renovables, presentadas como “sostenibles” y políticamente aceptables.

Las energías renovables como pantalla jurídica

Las discusiones se centran principalmente en la creación de parques eólicos en el Sáhara Occidental, bajo el liderazgo de grandes empresas emiratíes del sector: Masdar, Amea Power y Taqa (Abu Dhabi National Energy Company), gigante público de la energía recientemente asociado al grupo marroquí Nareva, controlado por el holding real Al Mada.

La elección de las energías renovables no es neutra. Permite ocultar una explotación ilegal tras un discurso ambiental, cuando el derecho internacional no distingue entre recursos fósiles y renovables: toda explotación sin consentimiento es ilícita.

Instituciones locales: una fachada de legitimidad

Las negociaciones se llevan a cabo con el Centro Regional de Inversión (CRI) de Dakhla-Oued Edahab, una estructura administrativa marroquí encargada de promover la inversión en la región. Su director, Ahmed Kathir, actúa como relevo local de una política decidida en Rabat.

Estas instituciones no gozan de ninguna legitimidad internacional. Sirven para fabricar una apariencia de gobernanza local destinada a eludir la exigencia fundamental de consultar al pueblo saharaui.

El papel central de los USA

Los USA desempeñan un papel decisivo en esta dinámica. La DFC ha anunciado una financiación de hasta 5.000 millones de dólares para apoyar la implantación de empresas usamericanas en Dakhla.

Paralelamente, Washington prepara la apertura de un consulado en Dakhla, tras el envío de una delegación diplomática. Esta decisión prolonga el reconocimiento unilateral, en 2020, de la soberanía marroquí sobre el Sáhara Occidental por la administración Trump: un reconocimiento sin valor jurídico internacional, pero de gran impacto político.

Una estrategia del hecho consumado

A través de esta convergencia entre Rabat, Abu Dabi y Washington, se está configurando una economía del hecho consumado cuyo objetivo es claro: hacer irreversible la ocupación del Sáhara Occidental mediante la inversión, las infraestructuras y la integración económica.

Esta estrategia busca vaciar de contenido el proceso de la ONU, marginar el derecho internacional y transformar una ocupación militar en una realidad económica normalizada.

Una responsabilidad jurídica y política compartida

Al implicarse en estos proyectos, los Emiratos Árabes Unidos y los USA se exponen a una responsabilidad jurídica indirecta al participar en la explotación de un territorio ocupado. Las empresas implicadas también podrían enfrentarse a futuros litigios, como ya ha ocurrido con varios grupos europeos ante los tribunales de la Unión Europea.

Lejos de ser un simple dossier económico, el Sáhara Occidental sigue siendo uno de los últimos casos de descolonización inacabada, donde la inversión internacional sirve ahora para eludir, en lugar de hacer respetar, el derecho de los pueblos a la autodeterminación.

Sahara occidental : comment Washington et Abou Dhabi financent l’économie d’une occupation illégale

Solidarité Maroc, 13/12/2025

Les Émirats arabes unis (EAU) s’apprêtent à lancer une offensive économique d’ampleur au Sahara occidental, territoire classé par les Nations unies comme territoire non autonome et occupé en grande partie par le Maroc depuis 1975. En s’adossant aux USA, via des mécanismes financiers publics et des entreprises privées, Abou  Dhabi contribue à institutionnaliser une exploitation économique illégale, en violation directe du droit international.


Au cœur de cette stratégie figure une alliance en cours de structuration entre des fonds souverains émiratis, des entreprises usaméricaines et la US International Development Finance Corporation (DFC), agence publique usaméricaine de financement du développement créée en 2019. La DFC intervient habituellement dans des contextes jugés risqués par le secteur privé. Son implication au Sahara occidental vise précisément à neutraliser le risque juridique lié à l’occupation du territoire.

Une économie construite contre le droit international

Le Sahara occidental est reconnu par l’Organisation des Nations unies (ONU) comme un territoire dont le processus de décolonisation n’a jamais été mené à terme. En l’absence de référendum d’autodétermination, le Maroc n’y dispose d’aucune souveraineté reconnue.

La Cour internationale de justice (CIJ) a établi dès 1975 l’absence de lien de souveraineté entre le territoire et le Maroc. Depuis, la jurisprudence onusienne et européenne est constante : toute exploitation de ressources naturelles dans un territoire non autonome est illégale sans le consentement libre et explicite du peuple concerné, en l’occurrence le peuple sahraoui.

Or, les projets actuellement négociés :

  • se font sans consultation du peuple sahraoui,
  • excluent totalement le Front Polisario, reconnu par l’ONU comme représentant légitime du peuple sahraoui,
  • s’appuient exclusivement sur des institutions marocaines imposées dans le territoire occupé.

Les Émirats arabes unis : investisseurs et acteurs politiques

Les principaux acteurs pressentis côté émirati sont deux fonds souverains majeurs :

  • ADQ (Abu  Dhabi Developmental Holding Company) : holding publique contrôlant des actifs stratégiques des Émirats.
  • ADIA (Abu  Dhabi Investment Authority) : l’un des plus grands fonds souverains au monde, présidé par Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, frère du président émirati Mohamed bin Zayed Al Nahyan (MbZ).

Tous deux sont déjà fortement implantés au Maroc et cherchent à élargir leurs investissements, notamment dans les énergies renouvelables, présentées comme « durables » et politiquement acceptables.

Les énergies renouvelables comme paravent juridique

Les discussions portent principalement sur la création de parcs éoliens au Sahara occidental, sous la conduite de grandes entreprises émiraties du secteur :

  • Masdar : entreprise publique émiratie spécialisée dans les énergies renouvelables.
  • Amea Power : groupe privé actif dans l’éolien et le solaire.
  • Taqa (Abu  Dhabi National Energy Company) : géant public de l’énergie, récemment associé au groupe marocain Nareva, lui-même contrôlé par le holding royal marocain Al Mada.

Le choix des énergies renouvelables n’est pas neutre. Il permet de dissimuler une exploitation illégale derrière un discours environnemental, alors même que le droit international ne fait aucune distinction entre ressources fossiles et renouvelables : toute exploitation sans consentement est illicite.

Les institutions locales : une façade de légitimité

Les négociations sont menées avec le Centre régional d’investissement (CRI) de Dakhla-Oued Edahab, une structure administrative marocaine chargée de promouvoir l’investissement dans la région. Son directeur, Ahmed Kathir, agit comme relais local d’une politique décidée à Rabat.

Ces institutions ne disposent d’aucune légitimité internationale. Elles servent à fabriquer une apparence de gouvernance locale, destinée à contourner l’exigence fondamentale de consultation du peuple sahraoui.

Le rôle central des USA

Les USA jouent un rôle déterminant dans cette dynamique. La DFC a annoncé une enveloppe pouvant atteindre 5 milliards de dollars pour soutenir l’implantation d’entreprises usaméricaines à Dakhla.

Parallèlement, Washington prépare l’ouverture d’un consulat à Dakhla, après l’envoi d’une délégation diplomatique sur place. Cette décision prolonge la reconnaissance unilatérale, en 2020, de la souveraineté marocaine sur le Sahara occidental par l’administration Trump — une reconnaissance sans valeur juridique internationale, mais aux effets politiques considérables.

Une stratégie du fait accompli

À travers cette convergence entre Rabat, Abou  Dhabi et Washington, se met en place une économie du fait accompli, dont l’objectif est clair : rendre irréversible l’occupation du Sahara occidental par l’investissement, l’infrastructure et l’intégration économique.

Cette stratégie vise à :

  • vider le processus onusien de sa substance,
  • marginaliser le droit international,
  • transformer une occupation militaire en réalité économique normalisée.

Une responsabilité juridique et politique partagée

En s’engageant dans ces projets, les Émirats arabes unis et les USA s’exposent à une responsabilité juridique indirecte, en participant à l’exploitation d’un territoire occupé. Les entreprises impliquées, elles aussi, pourraient être confrontées à des contentieux futurs, comme l’ont déjà été plusieurs groupes européens devant les juridictions de l’Union européenne.

Loin d’être un simple dossier économique, le Sahara occidental demeure ainsi l’un des derniers cas de décolonisation inachevée, où l’investissement international sert désormais à contourner, plutôt qu’à faire respecter, le droit des peuples à disposer d’eux-mêmes.

dimanche 6 juillet 2025

Comment le Maroc alimente la machine génocidaire israélienne

Caroline Dupuy à Tanger, Maroc
Middle East Eye, 1/7/2025
Traduit par SOLIDMAR

Malgré les protestations publiques, les expéditions de matériel militaire à destination d’Israël via les ports marocains se poursuivent, facilitant les attaques contre les Palestiniens. 

Une femme brandit les drapeaux palestinien, marocain et libanais alors que des manifestants marchent vers le port de Tanger Med pour protester contre l’arrivée prévue d’un navire censé transporter des pièces de chasseurs à réaction à destination d’Israël, à Tanger, Maroc, le 20 avril Photo Abdel Majid Bziouat/AFP

Il est impossible de passer à côté de l’omniprésence de Maersk dans les ports marocains, tant la société danoise domine les conteneurs maritimes. Cette forte présence ne serait pas si intrigante en soi, si ce géant mondial de la logistique n’était pas connu pour le transport de matériel militaire vers Israël en pleine guerre contre Gaza.

Le Maroc est devenu un maillon essentiel dans la route des armes facilitant les expéditions de matériel militaire vers Israël, notamment via Maersk. Cela inclut des composants de jets F-35, qui alimentent les attaques israéliennes contre les Palestiniens.

Un rapport récent de Declassified UK et du média d’enquête irlandais The Ditch a examiné le rôle du Maroc dans le transfert de pièces des avions de chasse F-35 via Maersk.

Le rapport évoque en particulier une expédition en avril : le matériel pour jets a quitté le port de Houston, aux USA. Deux semaines plus tard, le Maersk Detroit battant pavillon usaméricain arrivait à Tanger, Maroc, où la cargaison était transférée sur un autre navire, le Nexoe Maersk [battant pavillon de Hong Kong].


L’expédition a traversé la Méditerranée avant d’arriver au port israélien de Haïfa. La cargaison militaire a ensuite été acheminée vers la base aérienne de Nevatim, point clé de décollage de l’armée de l’air israélienne pour bombarder Gaza.

Lorsque ces révélations ont été faites en avril, l’indignation publique a éclaté au Maroc. Des milliers de manifestants se sont mobilisés dans les ports de Casablanca et Tanger Med, tandis qu’au moins huit dockers ont démissionné en protestation contre les expéditions controversées de Maersk.

Les rapports divergent quant au début de l’accostage de telles cargaisons dans le royaume, mais les ports marocains sont devenus une option attrayante sur la route de transfert après qu’en novembre, deux cargos Maersk ont été empêchés d’accoster en Espagne, soupçonnés de transporter des armes vers Israël.

Ils se sont donc arrêtés à Tanger Med, déclenchant de nouvelles protestations locales.

Alejandro Pozo, spécialiste des conflits armés et du désarmement au Centre Delas, a déclaré à MEE que les transferts d’armes via la route Espagne–Maroc sont considérés comme « un trafic régulier et n’ont pas cessé », d’après les bases de données que le centre de recherche catalan a pu consulter.

Face à la polémique, Maersk a publié en mars un communiqué affirmant qu’elle « observe une politique stricte de non-acheminement d’armes ou de munitions vers les zones de conflit actif, dans le respect des réglementations internationales ».

Un représentant a également affirmé à Declassified UK que le Maersk Detroit et le Nexoe Maersk « transportent des conteneurs contenant des pièces de F-35. Cependant, ces cargaisons sont destinées à d’autres pays participants au programme F-35 ». Le programme des F-35 « dépend d’un réseau complexe de partenaires et fournisseurs à travers plusieurs pays », a précisé le groupe danois en juin.

Se cacher derrière les mots

L’entreprise reconnaît cependant ses contrats avec le gouvernement usaméricain via sa filiale usaméricaine, Maersk Line Limited (MLL), engagée dans le Maritime Security Programme (MSP).

Ce programme, auquel Maersk participe depuis 1996, impose de mettre des navires à disposition des autorités usaméricaines moyennant des sommes importantes pour transporter du matériel destiné à la guerre. Ainsi, la société devient un acteur clé de la facilitation des transferts d’armes.

De par ce soutien à la politique usaméricaine, Maersk expédie des cargaisons vers plus de 180 pays « dans le cadre de programmes de coopération en matière de sécurité, incluant le transport de marchandises civiles et à usage militaire vers Israël », selon le communiqué de mars.

Maersk a assuré au site ouèbe Danwatch que les trajets de ses bateaux vers Israël « ne font pas partie du MSP », mais sont liés à un autre programme militaire usaméricain.

Pourtant, un rapport du Centre Delas a repéré que des navires de la route faisaient partie du MSP. L’annexe liste ces expéditions pour permettre d’identifier les navires susceptibles de transporter des armes vers Israël.

Selon le centre, les transports MSP qui passent fréquemment par le Maroc et l’Espagne du Sud signalent un trajet vers Israël. Pour Pozo, les protestations ont eu lieu sur certains transports parce que l’information était publique, pas parce qu’elles étaient les seules occasions.

Le Maroc reste muet sur sa participation à ces transferts d’armes. Ce silence est suspect pour nombre d’observateurs.

« Évidemment, un gouvernement peut savoir ce qu’il y a dans un conteneur – s’il le veut vraiment », dit Pozo à MEE.

Les acteurs impliqués « se cachent derrière le vocabulaire », ajoute-t-il, parlant par exemple « d’équipement militaire ou de composants ». Ce vocabulaire est semblable à celui employé par Maersk dans ses communications.

Pozo souligne aussi qu’alors que le gouvernement espagnol a bloqué trois cargaisons sous la pression populaire, « l’Espagne n’a pas appliqué d’autre mesure administrative, y compris des sanctions contre les transferts d’armes à Israël ».

MEE a contacté Maersk, l’Agence nationale des ports du Maroc et le ministère marocain des Affaires étrangères pour connaître leur position morale, compte tenu des conséquences dévastatrices de ces armes à Gaza.

MEE voulait aussi savoir la quantité exacte d’armes transportées via le Maroc, pourquoi le royaume est devenu un maillon clé, et depuis quand Maersk passe par cette route.

Aucune réponse n’avait été donnée au moment de la publication.

Interdépendance maroco-israélienne

Le Mouvement de la jeunesse palestinienne a affirmé, en novembre 2024, que Maersk a « expédié des millions de livres (lb) d’équipements militaires vers l’armée israélienne depuis les USA, à travers plus de 2000 expéditions » sur 12 mois à partir de septembre 2023.

La capacité militaire israélienne découle en majorité des importations, notamment des USA, selon Zain Hussain, chercheur au SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute).

Depuis son arrivée au pouvoir, l’administration Trump a approuvé près de 12 milliards de $US de ventes militaires majeures à Israël.

« Israël dépend largement des importations d’armes pour sa guerre à Gaza et ses opérations militaires ailleurs dans la région », explique Hussain à MEE.

« Disposer de routes d’acheminement fiables et sûres pour le transfert de ces armes et composants est crucial pour Israël, et le soutien de certains États est essentiel pour le permettre », ajoute-t-il.

Pozo avance qu’une des raisons pour lesquelles le Maroc est devenu une plateforme stable sur la route des transferts, via le détroit de Gibraltar, est avant tout géographique.

« J’imagine que la proximité permet une logistique efficace et des économies en coût énergétique », indique-t-il.

Sinon, il faudrait passer par l’Afrique et la mer Rouge, une route plus longue, coûteuse et dangereuse, rappelle le Centre Delas.

Autre facteur : la dépendance du Maroc vis-à-vis d’Israël pour son équipement militaire, comme en témoigne le choix récent du royaume de faire d’Elbit Systems l’un de ses principaux fournisseurs d’armes.

Le Maroc a normalisé ses relations avec Israël en décembre 2020, rejoignant les Accords d’Abraham du président Trump, en échange d’une reconnaissance par les USA et Israël de la souveraineté marocaine sur le Sahara occidental.

Depuis, la coopération entre les deux pays n’a fait que se renforcer, y compris militairement. Le Maroc est accusé d’utiliser des armes pour soutenir son conflit contre le Front Polisario, mouvement indépendantiste sahraoui soutenu par l’Algérie voisine.

« Israël et les USA savent que le Maroc collaborera ; il y a aussi la dimension politique : les USA ont reconnu le Sahara occidental comme marocain, ce qui ajoute une autre dimension à cette coopération », analyse Pozo.

« Trahison »

Contrairement à l’Espagne, le Maroc n’a pas stoppé certaines livraisons malgré les manifestations publiques.

Une militante marocaine d’Amnesty International, qui souhaite garder l’anonymat, confie à MEE combien il lui est « douloureux » de « voir [son] pays connecté à la machine du génocide en Palestine ».

Pour elle, la résistance dépasse la politique : « Il s’agit de notre humanité et de notre responsabilité morale… Chaque bombe larguée, chaque enfant enterré sous les décombres, devrait nous bouleverser au plus profond de nous-mêmes ».

« La population veut que le Maroc rompe ses liens avec Israël et adopte une position ferme et sans concessions contre l’occupation et l’apartheid », poursuit-elle.

« À Amnesty, nous travaillons à exposer ces violations et exiger des comptes. Je dis cela par amour pour mon pays mais aussi avec le courage de le critiquer. Nous devons demander la transparence. Nous devons parler. Car le silence face au génocide n’est pas de la neutralité, c’est de la trahison. »

Elle souligne également qu’il existe une « menace constante de répression » contre le militantisme propalestinien au Maroc, bien que le royaume publie régulièrement des déclarations de soutien à la cause palestinienne.

Selon le Front marocain de soutien à la Palestine et contre la normalisation, qui rassemble une vingtaine d’associations, syndicats et partis politiques, 20 militants ont été arrêtés et emprisonnés depuis 2021, un phénomène qui s’accélère depuis le début de la guerre israélienne contre Gaza en octobre 2023.

Un expert du Carnegie, sous couvert d’anonymat, déclare à MEE que « malgré l’ampleur et la visibilité des protestations, elles n’ont pas encore abouti à un changement politique significatif ».

Cependant, citant une récente déclaration du parti d’opposition Justice et Développement (PJD), qui réaffirme « sa critique de la normalisation » et la nécessité d’un « réalignement » du royaume sur la position massivement propalestinienne des Marocains, l’expert envisage la possibilité d’un changement.

« Le sentiment populaire peut avoir un effet contraignant ou cumulatif, surtout lorsqu’il rejoint des questions de légitimité intérieure, alimente le discours d’opposition et la mobilisation », conclut-il.

 


 Le siège de Maersk à Tunis après une manifestation le 18 mars 2025